…mi dimetto…

…siamo figli di un network. Viviamo sui social. Twitto ergo sum. A leggere link, aforismi e video, a farci docce ghiacciate, del “si selfie chi può”, quarant’anni fa ci avrebbero etichettati come sottosviluppati mentali con sindrome afefobica.
Siamo qui a rimpinzarci di foto di feste, compleanni e gatti pacioccosi tralasciando del tutto le notizie veramente importanti.
Non riconosciamo neanche più il nostro vicino di casa, se non ce lo abbiamo come amico di Facebook, non vediamo neanche più i telegiornali, oramai una notizia è vera solo se fa eco sui social.

Renzi, chi? Quello che scrive su Twitter mentre è in visita ufficiale in qualunque capitale del mondo, con qualunque capo di stato?
Napolitano, chi? Quello del gruppo di Facebook “Napolitano non è il mio presidente”? No, Renzi è quel finto ragazzetto fiorentino che non ha votato nessuno e che ci ha convinti di essere coinvolti in una esorbitante crisi economica, che nemmeno il ’29, quella crisi che chissà perché abbiamo ereditato dai governi precedenti, come se nei governi precedenti c’eravamo io, Peppe l’idraulico e Gino il barista.
Quel Renzi che è convinto che i lavoratori abbiano troppi diritti, che l’articolo 18 è roba da veterocomunisti, che i sindacati vanno solo frollati di culo, che un nuovo miracolo italiano sarà possibile grazie al lavoro, alla produttività e alla meritocrazia, che tradotto in parole spiccie vuol dire: lavorate di più, senza rompere i coglioni e con meno soldi in saccoccia.
(Fatti salvi quegli ottanta euro, che a Milano o a Bologna ci paghi pizza e birra e l’autobus per tornarci a casa).

Quel Renzi che ci ha insegnato che avere una tutela sul lavoro è da criminali, da approfittatori, da stupratori del sistema, costringendo un neo assunto ad odiare il collega anziano, costringendo chi lavora nel privato ad odiare i lavoratori statali che alcune tutele ancora le conservano. Uno contro l’altro, come nel medioevo, come lupi che si azzannano per una vecchia carcassa a cui rodere gli ossi rimasti. Tutti ad ombrello nel culo, in fila per due a lavorare, precari e felici, per produrre sempre di più, per fabbricare cose che non potremo permetterci, che non avremo tempo di consumare.
E’ veramente questo quello che vogliamo? Non sarebbe meglio trovare il tempo, sempre nel rispetto del lavoro, per fare cose che abbiamo oramai dimenticato? Portare i figli al parco, vedere un film al cinema, leggere quel libro che giace sul comodino da settimane, portare il cane a pisciare, fumarsi un sigaro sul terrazzo o davanti alle fiamme di un camino, senza l’assillo che un domani potremmo ritrovarci con il culo per terra, senza futuro e senza certezze?
Non possiamo proprio farlo. E per non pensarci ci inventiamo miliardi cose da fare: dobbiamo aggiornare la nostra pagina di Facebook, condividere il culo della Simona con gli amici, scrivere aforismi del Budda, chiedere amicizia a scrittori, poeti ed autori, piangere e ridere delle cazzate che poi leggiamo.
(Siamo ancora quelli che ammirando la perfezione di un fiore vero dicono “che bello, sembra finto” e vedendone uno finto affermano “che bello, sembra vero”).
Ho raggiunto 5000 amici su Facebook e la cosa mi fa piacere, ma adesso è arrivato il tempo di smetterla di essere solo un ingranaggio dei social.
È arrivato il tempo di avere più tempo.
Mi dimetto e vado a mettermi le dita nel naso, senza essere costretto a dirlo su Facebook…

Annunci

Informazioni su lelemastroleo

...salentino e poco altro...
Questa voce è stata pubblicata in rivoluzione e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...